I principi e i testi sacri
Lo Zoroastrismo
è una religione fondata nell'antica Persia dal profeta Zoroastro,
nome grecizzato di Zarathustra. Le dottrine predicate da
Zoroastro sono conservate nelle sue Gatha, i salmi contenuti
nel testo sacro noto come Avesta.
Le Gatha raffigurano il culto monoteistico di Ahura Mazdah ("Signore
saggio") e il conflitto cosmico di Verità e Menzogna. Tutto
ciò che
è buono è emanazione di Ahura Mazdah: Spenta Mainyu
(il "Sacro
Spirito", forza creativa) e le entità che lo assistono.
Tutto il
male è causato dal "gemello" di Spenta Mainyu, Angra Mainyu
(lo "Spirito
malvagio"; in persiano, Ahriman) e dai suoi aiutanti.
Angra Mainyu è malvagio per scelta, in quanto alleato della
Menzogna,
mentre Spenta Mainyu ha scelto la Verità, come possono scegliere
gli
uomini: dopo la morte l'anima di ciascuno sarà giudicata al
Ponte del
Giudizio; il seguace della Verità lo attraverserà e
sarà condotto in
paradiso, mentre gli amici della Menzogna precipiteranno nell'inferno.
Il male sarà infine eliminato dal mondo grazie a una sorta di
prova del
fuoco.
La complessità strutturale delle Gatha è stata spiegata
partendo dal
presupposto che Zoroastro abbia armonizzato due sistemi religiosi. Il
primo, delineato nelle Gatha, è molto probabilmente opera dello
stesso
Zoroastro e descrive il culto di Ahura e delle sue emanazioni; il
secondo, incentrato sul culto di un Signore custode della
Verità, è
attestato in una parte dell'Avesta, la Liturgia dei Sette Capitoli
composta dopo la morte di Zoroastro, che presenta, attribuendole al
maestro, dottrine alquanto diverse da quelle delle Gatha. Nei Sette
Capitoli le emanazioni compaiono accompagnate da altre astrazioni
sacrali; lo stesso Ahura Mazdah, con i suoi attributi divini e le mogli
(Ahurani), è più assimilabile al dio Varuna
del più
antico testo religioso indiano, il Rig Veda, che alla
divinità
presentata da Zoroastro. Nei Sette Capitoli si venera anche haoma,
una bevanda inebriante, identificabile con il soma degli
induisti, che era stata oggetto degli attacchi di Zoroastro. Anche il
culto degli spiriti degli antenati, della natura e di altre
divinità,
fra cui il Fuoco, corrisponde a quanto si trova nei testi vedici.
Le Gatha e i Sette Capitoli fanno parte di una più ampia
liturgia, lo Yasna,
le cui sezioni rimanenti costituiscono ulteriore testimonianza di uno
zoroastrismo a cui si sovrappongono quegli elementi del politeismo dei
popoli ari riscontrabili anche negli Yasht, gli inni rivolti
alle singole divinità. L'ultima parte dell'Avesta, il Vendidad
o Videvdat, fu composto nella Persia orientale, come rivelano
la lingua e i toponimi, dopo la conquista greca della Persia nel IV
secolo a.C.: è fondamentalmente una codificazione del rituale e
della
legge che rispecchia i costumi attribuiti dallo storico greco Erodoto
ai magi, una casta sacerdotale nata fra i medi.
GERHARD
SCHWEIZER, “I PERSIANI”
Una dottrina dimenticata
La
storia della Persia iniziò a Battria e
prima ancora che un governatore vi regnasse in nome dei re divini,
visse a Battria un uomo che sarebbe diventato, più di qualsiasi
altro,
una figura determinante per la notorietà della cultura persiana
in
occidente. Costui fondò una religione e diede alla Persia una
nuova
spiritualità. Ma ancora di più: egli ha elaborato una
visione del mondo
che ha avuto ripercussioni decisive sulla nostra stessa cultura,
plasmandola in aspetti non secondari. L'uomo era Zarathustra.
Quando gli arabi conquistarono la Persia e vi diffusero l'islamismo, la
religione antico-iraniana scomparve quasi completamente dalla regione e
Zarathustra rimase a lungo, per i posteri, un profeta la cui dottrina
era stata superata e soppiantata da quella di fondatori di religioni
più affermate - Gesù Cristo, Maometto, Budda.
Un uomo quindi irrevocabilmente travolto dalla storia. Pur tuttavia,
molti principi teologici delle religioni moderne, la cui origine fu a
lungo ricercata nei profeti ebraici, sono già delineati negli
scritti
di Zarathustra. Questo è già un motivo sufficiente per
chiedersi se la
religione ebraica e,
in seguito, il cristianesimo e l'islamismo non
siano stati profondamente influenzati dal suo insegnamento.
Zarathustra
e la religione antico-iraniana
Sulla
persona di Zarathustra (il cui nome significa “l’uomo dai vecchi
cammelli”) sappiamo ancor oggi ben poco. Gli storici disputarono a
lungo sulla sua data di nascita e sui luoghi in cui visse e agì.
Non
esistono indizi veramente affidabili anche perché i suoi
insegnamenti
vennero messi per iscritto secoli dopo la sua morte con l'eccezione
delle Gàthà, le
prediche in versi, o inni, che si ascrivono a Zarathustra stesso; anche
quest'ultime però ritraggono la biografia del profeta a tratti
vaghi.
La leggenda si basa solo su scritti postumi. Oggi la maggior parte dei
ricercatori è arrivata alla conclusione che Zarathustra dovrebbe
essere
nato attorno all'anno 630 prima dell'epoca cristiana nella città
di Battria. Di
conseguenza non era un persiano bensì un battriano, come allora
si
chiamavano gli abitanti della regione. Ma apparteneva come i persiani
agli Arya, la
grande stirpe indoeuropea che a partire dal terzo millennio prima di
Cristo si era spinta ininterrottamente dall'Asia centrale verso sud. Il
nome Arya (oggi arii o ariani, da cui Iran, “paese degli ariani") se lo
erano scelto gli stessi bellicosi nomadi; significa "i nobili" e doveva
rendere evidente il distacco che volevano frapporre tra loro e i popoli
sottomessi.
Gli iraniani suddividevano i loro dei in due classi: le divinità
superiori della luce che abitavano nel cosmo, gli ahura, e
gli spiriti inferiori che dimoravano nella terra, nel vento, nell'acqua
e nel fuoco, i daeya.
Nessun uomo però si sentiva in grado di comprendere
razionalmente
l'autorità di tali dei, talvolta li si percepiva senza un motivo
ben
identificabile come amici e soccorritori, altre volte crudeli e
distruttori. Mancava ancora un profeta che, col suo messaggio,
delineasse in quell'insondabile complesso di divinità un ordine
profondo e illuminante. Gli iraniani potevano solo sperare di rendere
clementi quegli dei misteriosi e inquietanti tramite canti di lode e
doni sacrificali. I sacerdoti e il popolo bevevano, in determinate
occasioni, una bevanda inebriante che portava il nome del loro dio
dell'estasi, Haoma, e
con danze ritmiche interminabili cadevano in trance per percepire, sia
pur per brevi momenti, l'incantevole ebbrezza dell'immortalità,
come i
loro dei. Zarathustra si accorse ben presto dell'inadeguatezza di tali
rituali, dato che all'età di vent'anni abbandonò la sua
patria e partì
in solitudine. Lui, che si nominava uno zaotar,
poeta sacro e predicatore, voltò le spalle al mestiere di
sacerdote che
aveva intrapreso seguendo le orme del padre. Dieci anni, forse anche
vent'anni, dovettero durare le peregrinazioni del religioso viandante.
Nell'Avesta (la
bibbia di Zarathustra) troviamo scritto soltanto che alla fine, sul
fiume Daitya, gli apparve un angelo e
si sarebbe verificato uno dei più fecondi avvenimenti per la
storia
delle religioni.
L’apparizione
dell’Angelo
Zarathustra
ebbe la visione della lotta cosmica tra le forze del bene e del male,
tra Dio e Satana; poi della resurrezione dei morti nel giorno del
giudizio universale e della continuazione dell'esistenza dopo la morte,
nel paradiso o nell'inferno - tutto ciò molto prima che i
profeti di
altre religioni annunciassero gli stessi principi. Se le supposizioni
degli storici sono esatte questo è avvenuto negli anni che vanno
dal
610 al 590 prima dell'epoca cristiana. Quindi seicento anni prima di Cristo e
mille e duecento anni prima di Maometto, ma
seicento anni dopo Mosé.
Sul fiume Daitya apparve - cosi raccontano le Gàthà - al
religioso
viandante, dopo lunghe meditazioni, l'angelo Vohu Manu "animo
buono" avvolto in uno splendido mantello di luce che lo condusse
al trono del dio Ahura Mazdah "signore saggio".
Zarathustra salutò il dio con un inno che culminava
con le
parole: "... io bramo, con queste mie parole, conoscere te, di
tutti il più saggio, il creatore di ogni cosa per tramite dello
Spirito
santo".
Passarono diversi anni prima che Zarathustra, dopo quella visione,
uscisse dalla solitudine iniziando quindi a predicare nella capitale
della sua patria. La gente lo ascoltava senza troppo interesse, i
sacerdoti e i nobili lo respingevano duramente. Pochi furono i seguaci
che si strinsero attorno a lui e lo accompagnarono nei suoi viaggi di
predicazione sulle piazze dei mercati nelle città, nei paesi e
negli
accampamenti di tende. Dopo anni di delusioni e di persecuzioni
lasciò
Battria e coi pochi suoi discepoli andò nel regno di Corasmia.
Il re
Vistaspa lo accolse benevolmente, tenne lunghe conversazioni con lui e
si convertì alla nuova fede: fu un successo decisivo. I nobili a
corte
seguirono ben presto l'esempio del re, così fecero pure i
sacerdoti.
Zarathustra poté iniziare la sua opera. Sotto la protezione del
re fece
costruire davanti alle porte della città il suo famoso tempio
del fuoco
al cui altare, all'aperto, i sacerdoti intonavano canti e
catechizzavano il popolo. Non c'era più bisogno di sacrificare
vittime
animali per rendere benevoli gli dei. Chi agiva secondo i precetti del
"saggio signore", Ahura Mazdah, cioè rettitudine, laboriosità e onestà,
poteva sperare nella grazia divina per l'avvenire. Keshmar divenne la
residenza di Zarathustra e in quella città affluirono i curiosi
per
ascoltare le sue prediche, da lì partirono i suoi allievi come
missionari nelle province lontane e in altri regni. Ciò
nonostante non
mancarono le difficoltà e gli ostacoli. La casta dei nobili
sacerdoti,
da lungo tempo insediati nella città, rimase testardamente
fedele alla
religione preesistente e si coalizzò con i principi degli stati
vicini
contro il riformatore. La guerra che seguì fu fatale al
fondatore della
religione e al suo protettore, il re Vistaspa. Zarathustra rispose ai
suoi avversari non meno bellicosamente, come indica un passo delle sue
prediche in versi a noi pervenute: "Nessuno di voi presti ascolto
alle parole e alle istruzioni del servo della menzogna perché
costui
getta la casa e il paese, la provincia e lo stato in miseria e rovina.
Quindi opponetevi a lui con le armi!".
Si arrivò così alla prima guerra di religione sul
territorio persiano.
Per Zarathustra terminò in una catastrofe. Le truppe nemiche,
quando
penetrarono nella capitale, bastonarono a morte il vecchio di
settantasette anni prima di doversi ritirare in fuga. Zarathustra
morì
da martire - come tanti padri fondatori di religioni. Avvenne attorno
all'anno 553 a.C.
Le
idee originarie
Secondo
la leggenda, la dottrina di Zarathustra fu scritta, ancora ai tempi del
maestro, con inchiostro d'oro su dodicimila pelli di bue e venne poi
conservata nella biblioteca reale di Persepoli. Di quell'originale non
ci è pervenuto alcunché‚ dev'essere verosimilmente finito
alle fiamme
nell'anno 330 prima dell'epoca cristiana quando i soldati di Alessandro
il Grande, conquistata la città, vi appiccarono fuoco.
Ciò che è
rimasto sono copie redatte seicento anni dopo da sacerdoti sulla base
di altri esemplari dell'Avesta; anche di quelle ci sono pervenute
soltanto parti frammentarie perché gli arabi, durante la loro
avanzata
conquistatrice, operarono ripetute distruzioni. I brani a noi pervenuti
forniscono in ogni caso sufficienti chiarificazioni sulla sua dottrina.
A questo punto sorge il dubbio: si tratta sempre di idee originarie di
Zarathustra? Probabilmente ben poco dev'essere cambiato dalla prima
stesura di mille anni precedente, ma per gli studiosi di religioni il
corpo di informazioni redatte dai sacerdoti posteriori a Zarathustra
non è fino in fondo attendibile. Zarathustra ha - come molti
padri di
religioni - lasciato ben poco di scritto. Di tutto ciò che ci
è
pervenuto solo le Gàthà (Gli
inni) nei libri Yasna (Riti
del sacrificio) potrebbero essere ascritti direttamente a lui; esse
furono infatti redatte in un dialetto simile al sanscrito come era
allora in uso a Battria. Si tratta però di pochi punti di
riferimento
precisi che, nonostante ciò, permettono di ricostruire con una
certa
approssimazione i caratteri grandiosi e unici della sua dottrina.
Gli
“spiriti immortali”: gli angeli
Zarathustra
confutò la fede dei suoi padri che riconosceva un gran numero di
ahura, le
divinità della luce, e di daeva, i
demoni. Egli sostenne che una sola di quelle divinità ahura era
l'unico
dio: Ahura
Mazdah, "saggio
signore". Ahura Mazdah non appare più agli uomini, come gli
altri
ahura, in maniera visibile, non sposa altre dee e non genera figli, non
è nemmeno più una divinità volubile che
incomprensibilmente dispensa a
volte il bene, altre volte il male. Il suo Ahura Mazdah non ha
un'immagine corporea, è onnipresente, astratto e eterno; ben
lontano
dalle passioni umane incarna un principio facilmente identificabile: il
bene. A questo unico dio si oppone però un antagonista col nome
di Angra
Mainyu, lo
"spirito del male". Il grande oppositore, un daeva in
origine, non lascia niente di intentato per distogliere gli uomini
dalla fede nel bene.
Ci sono poi figure ausiliarie quali forze del bene e del male: sono
spiriti e demoni derivati nelle loro qualità dalle
divinità precedenti.
Dalla parte di Ahura Mazdah sta innanzitutto Spenta Mainyu, "spirito
santo" che compare talvolta quale incarnazione dell'unico dio,
altre volte come entità a se stante in qualità di
annunciatore della
volontà divina. I dei-servitori di questo "spirito santo" sono
divinità
della luce, amesha spentas, "spiriti
immortali", gli angeli;
essi ricevono di regola l'incarico di annunciare agli uomini i messaggi
divini. Vohu
Manu, "animo
buono", era uno di quegli angeli apparso a Zarathustra per
accompagnarlo al trono di dio.
La
creazione
Dalla
parte dello "spirito del male", Angra Mainyu,
stanno i daeva, i demoni. A quel gruppo appartengono la maggior parte
delle divinità venerate dai contemporanei di Zarathustra e sono
spiriti
cupi al servizio del male. Dio è eterno ma la lotta tra il bene
e il
male, tra la luce e le tenebre, è limitata nel tempo,
così insegnò
Zarathustra. La lotta iniziò dopo che Dio aveva creato un mondo
senza
peccato, abitato da un uomo e da un animale ideali. Allora nel regno
della luce di Ahura
Mazdah
comparve il suo antagonista Angra Mainyu che negò la creazione
divina e
volle corromperla secondo le sue attitudini. Passarono tremila anni
finché lo spirito del male riuscì a penetrare nel mondo
senza peccato e
a eliminare l'uomo e l'animale ideali. Da quel momento si
moltiplicarono sulla terra i demoni inferiori generati da Angra Mainyu.
Lo spirito del male non riuscì però a scacciare dal mondo
l'influenza
del bene perché sia l'uomo che l'animale ideali avevano lasciato
il
loro seme sulla terra. Da quel seme nacquero, magicamente, la prima
coppia umana e le prime specie animali. In quelle nuove forme viventi
erano però frammischiati sia il bene che il male, l'epoca d'oro
del
paradiso senza antagonismi e senza peccato era finita. Fu così
che
iniziò la storia universale costellata da conflitti e intrighi
drammatici: da quel momento l'uomo fu, ed è ancora, chiamato a
scegliere tra il bene e il male.
La nuova epoca durava da trentamila anni. Poi Dio decise di aiutare gli
uomini inviando tra loro un profeta: Zarathustra. Il profeta
però viene
riconosciuto tale solo da una minoranza degli uomini e più tempo
passerà dalla sua morte, più gli uomini si allontaneranno
dalla morale
e dalla virtù. Come punizione Dio condannerà il mondo a
una catastrofe
di inondazioni, di incendi e di guerre disastrose, quindi i suoi angeli
suoneranno le trombe del giudizio universale. Così gli uomini
tutti si
alzeranno dalle loro tombe e dovranno rispondere al cospetto del divino
Signore della loro vita, se hanno accettato o rifiutato il messaggio
spirituale del profeta. Mentre per i fedeli inizia a quel punto una vita eterna nel
regno di Dio, gli altri saranno condannati all'eterno tormento nell'inferno.
Alcuni caratteri di questo insegnamento religioso erano nuovi, mai
formulati e predicati fino ad allora da nessun altro uomo. Spesso si
tratta di concetti che i cristiani, gli ebrei e i musulmani, pur con
tutte le differenze nei dettagli, riconoscono a loro familiari, ovvi
addirittura. Tutto ciò fu annunciato seicento anni prima della
nascita
di Cristo. In ogni caso però la dottrina di Zarathustra nacque
mezzo
millennio dopo Mosé e più di un secolo dopo la venuta dei
grandi
profeti ebraici Isaia, Geremia e Elia.
La
fede in un unico Dio e gli indiani arii
Zarathustra
ha fondato una religione monoteistica ma
non fu il primo ad annunciare il credo in un unico dio. Gli ebrei, i
cristiani e i musulmani ascrivono tale primogenitura al patriarca ebreo
Abramo che
attorno al 2100 a.C. emigrò dalla Mesopotamia a Cana. Abramo
visse
mille e cinquecento anni prima di Zarathustra, anche Mosé e Isaia
sono precedenti al padre della religione dell'Iran orientale. Dunque
Zarathustra è stato influenzato da quei profeti ebrei?
Battria era una città di commerci posta su una battuta via
carovaniera
sulla quale i mercanti del Mediterraneo si recavano fino in India e in
Cina. Una città cosmopolita dunque, dove confluivano anche le
idee
dell'Oriente e dell'Occidente. Ciò nonostante è ben poco
verosimile che
il pensiero ebraico sia arrivato fino a Battria dato che gli ebrei non
mostravano propensione a viaggiare cosi lontano e meno ancora a
predicare ad altri popoli la loro religione. Zarathustra dovette
ricevere stimoli da un'altra direzione. Ma quale? Nessun popolo del suo
tempo, eccetto gli ebrei, credeva in un unico dio valido per tutti gli
uomini. Un popolo però aveva mosso i primi passi in quella
direzione:
gli indiani
arii.
Gli indiani avevano iniziato già un secolo prima di Zarathustra
a
sviluppare nella parte filosofica del loro Veda, la
cosiddetta Upanisad (dottrina
segreta), una nuova forma di religione. Non pochi tra i loro
significativi pensatori presumevano che, dietro la complicata
molteplicità degli dei, ci fosse una magica forza primigenia,
un'anima
universale creatrice del tutto che veniva chiamata brahman. Si
trattava di un principio astratto quasi incomprensibile per le masse
dei fedeli. I semplici contadini e artigiani continuavano a credere
solo a Siva, Visnu e a mille altre divinità: per i colti
sacerdoti
quegli dei rappresentavano soltanto forme apparenti dell'inesauribile
brahman.
Presso gli indiani si stava delineando, sia pur con contorni vaghi,
l'idea del dio unico. Zarathustra conosceva forse quei testi? E’
probabile. Addirittura molto verosimile dato che l'orientalista
americano Richard Frye richiama l'attenzione sul fatto che le sue
preghiere in versi, le Gatha, sono riconducibili per metro e ritmo al
Veda dei brahman indiani. Lo stesso titolo dell'opera omnia Avesta (Sapere)
corrisponde a quello della raccolta indiana di scritti religiosi Veda (Sapere).
Inutile sottolineare che non dovrebbe esser stato difficile decifrare
la "lingua sacra" degli indiani arii, il sanscrito,
che era parecchio somigliante al dialetto di Battria. A quel tempo
dovevano poi verificarsi frequenti contatti tra i sacerdoti arii
dell'Iran orientale e dell'India settentrionale.
Zarathustra avrebbe quindi sviluppato ulteriormente, e in maniera
radicale, ciò che gli eruditi indù avevano fatto
germogliare; egli ha -
indipendentemente dai profeti ebraici e con lo sguardo diretto
all'India - impresso un nuovo corso all'idea di un principio primordiale, di
un’anima
universale.
Vicino a Battria, molto lontano dalla Palestina, la culla dei profeti
ebrei, ha preso corpo ancora una volta, e in un geniale atto creativo,
la fede in un unico Dio. Zarathustra però non diventerà
per questo un
genio nella storia delle religioni. Elaborò soltanto ciò
che gli ebrei
avevano già formulato in maniera analoga. Dove sta dunque
l'aspetto
unico e originale che, prima di lui, nessun profeta annunziò?
L’esistenza
del diavolo e il giudizio universale
Oggi
una gran parte degli studiosi di storia delle religioni, impegnati
nell'analisi delle fonti storiche, sono d'accordo nel loro giudizio su
un punto: che Zarathustra fu il primo profeta ad annunciare l'esistenza
di Satana. Zarathustra per primo ha considerato il mondo terreno come
il luogo dello scontro tra il bene e il male e nessuno prima di lui ha
chiamato gli uomini a fare una libera scelta tra queste due forze
assolute. Zarathustra ha - come si espresse il suo lontano ammiratore e
critico Friedrich
Nietzsche in “Ecce homo” - "intuito
per primo quella che è la ruota decisiva nell'ingranaggio delle
cose,
la traduzione della morale nella metafisica".
E’ certo che questo modello ha dei precedenti - gli indiani arii e gli
iraniani operavano da tempo una distinzione tra dei del bene e del
male, suddividendo così l'universo in due mondi contrapposti -
ma fu
peculiare di Zarathustra l'aver fissato linee precise in quell'ordine
ancora vago. Lui per primo predicò la resurrezione dei morti nel
giorno
del giudizio universale in cui l'uomo, al cospetto di Dio, deve
rispondere delle sue buone e cattive azioni.
Prima di Zarathustra nessuno ha annunciato l'esistenza di un
aldilà,
del paradiso per i buoni e dell'inferno per i cattivi. Ciò che
molti di
noi credevano appartenesse alla tradizione ebraica non venne ideato per
tramite di apparizioni nei deserti della Giudea o sul fiume Giordano,
bensì nelle montagne e nelle steppe dell'Afghanistan e sulle
rive
dell'Amu Darja.
Gli ebrei ai tempi di Zarathustra conoscevano già i dieci
comandamenti
di Mosé
e
credevano che i peccatori suscitassero l'ira di Dio. La pena
però li
minacciava nell'aldiquà, per mano di un giudice, e spesso
avveniva,
come raccontano in maniera leggendaria le parti più antiche del
Vecchio
Testamento, che Dio intervenisse direttamente e funestasse i peccatori
con la guerra e le epidemie. Una giustizia compensatrice
nell'aldilà
era sconosciuta anche agli stessi profeti Isaia e Ezechiele,
che furono quasi contemporanei di Zarathustra. E’ pur vero che nelle
loro scritture si trova formulata la promessa che i morti sarebbero
rinati, ma quella profezia per immagini e metafore annunciava
più che
altro la resurrezione dello stato di Israele dopo un periodo di
decadenza: il loro pensiero era quindi legato all'aldiquà, era
di tipo
politico. Nell’immaginario degli ebrei esisteva soltanto un regno delle
ombre dove tutti i morti sarebbero giunti, senza distinzioni tra
ricompensa e pena, tra paradiso e inferno. Un tale regno delle ombre
era in tutto simile all'ade dei greci. Gli ebrei non conoscevano ancora
il diavolo quale potente antagonista di Dio. Nelle scritture bibliche
di quel tempo Satana compariva soltanto quale esecutore di Jahvè
e
spirito della punizione, cioè doveva sempre adempiere al volere
del suo
supremo signore. Il diavolo non era ancora il demone ostinato che
cercava di trionfare su Dio con l'aiuto degli uomini. Inoltre gli ebrei
consideravano la storia dell'umanità come un unico susseguirsi
di
avvenimenti. Non si parlava ancora per loro della prima coppia umana, Adamo (in
ebraico: essere umano) e Eva (in
ebraico: terra), della svolta drammatica causata
dall'apparizione del diavolo, del peccato originale e del divenire
storico sulla terra che aveva come meta conclusiva il giudizio
universale alla fine dei giorni.
Gli
ebrei incontrano Zarathustra
Gli
ebrei consideravano la storia dell'umanità come un eterno
ripetersi di
avvenimenti simili, senza uno scopo intrinseco al divenire. Immagini e
concetti religiosi degli ebrei di quel tempo non si discostavano molto
da quelli degli altri popoli progrediti, dagli indiani ai cinesi ai
babilonesi e egiziani fino ai greci e romani. Tre secoli dopo la morte
di Zarathustra, gli ebrei pensavano diversamente. Nelle loro scritture
bibliche si ritrovavano ormai quelle idee religiose che noi oggi
consideriamo essere in tutto e per tutto ebree e, in senso traslato,
cristiane, appartenenti alla cultura europea tutta. La diffusione delle
idee religiose di Zarathustra venne assicurata dal sorgere di una
potenza politica che riuscì a difendere efficacemente la nuova
religione contro i suoi oppositori. Solo allora si realizzò per
Zarathustra la possibilità di diventare famoso oltre i confini
iraniani
e di influenzare così in maniera decisiva altre religioni.
In nessun caso i persiani costrinsero un popolo sottomesso a
convertirsi alla religione di Zarathustra; al contrario, essi
lasciarono a ciascuno la propria fede. Tutti i sudditi però
avevano la
possibilità di interessarsi attivamente alla nuova religione.
Ciò
dovette avere conseguenze imprevedibili e decisive per quel tempo.
L'incontro con Zarathustra portò a una svolta religiosa di
grande
importanza presso uno dei popoli sottomessi: gli ebrei.
Gli effetti furono di importanza storica mondiale. Gli ebrei di quel
tempo passarono attraverso la più grande crisi della loro
storia.
Nell'anno 587 a.C. Nabucodonosor re
di Babilonia
aveva fatto distruggere la capitale ebraica Gerusalemme
fino alle mura di cinta e deportato soprattutto uomini di lettere,
sacerdoti, funzionari dell'amministrazione, commercianti e soldati
nelle regione del Tigri ed Eufrate. Lo stato ebraico non esisteva
più,
l'intera élite intellettuale, e con lei una parte del popolo,
viveva
sotto il dominio di governanti stranieri, molto lontano dalla patria
nativa. Quell'epoca - che è entrata nella storia col nome di
prigionia
babilonese - ebbe fine per mano di Ciro, il
Grande Re dei persiani; egli fece tornare gli ebrei nella terra dei
loro padri dopo aver conquistato il regno babilonese. Ma idee e
indirizzi spirituali di coloro che tornarono a casa erano diversi da
quelli dei loro diretti antenati: nella loro permanenza in terra
straniera erano stati influenzati dall'incontro e scontro con una
cultura assolutamente nuova e, per certi versi, affascinante. Messi
alla prova da quell'esperienza, profondamente disorientati, i sacerdoti
ebrei cominciarono a riflettere intensamente sulle grandi questioni
religiose, sul senso dell'esistenza; anche il popolo si mostrava
ricettivo a nuovi messaggi profetici. Durante quel periodo storico
vennero formulate parti fondamentali del Vecchio Testamento ispirate al
patrimonio culturale straniero. Innanzitutto a Babilonia: da lì
gli
ebrei presero il mito della creazione della prima coppia di uomini dal
fango e la leggenda del diluvio. Ma impararono molto anche dai persiani.
Come possiamo però dimostrare che gli ebrei furono influenzati
proprio
dalla dottrina di Zarathustra?
Il
Libro di Daniele
A
questo riguardo siamo in possesso di un documento illuminante. Si trova
nel Vecchio Testamento: il libro di Daniele.
Non ne conosciamo gli autori, probabilmente il libro è stato
scritto
uno o diversi secoli dopo la morte del profeta ebraico. Deve poi
trattarsi di una commistione di elementi leggendari e di avvenimenti
realmente accaduti; ciononostante possiamo tirare alcune importanti
conclusioni dal testo. Se proviamo a seguire la biografia di Daniele -
per come la si può ricostruire con l'ausilio della tradizione
biblica -
ne rimaniamo sorpresi. Daniele visse alla corte del re babilonese Nabucodonosor;
era stato destinato a una posizione di rango dagli alti funzionari che
avevano avuto il compito di scegliere tra gli ebrei prigionieri i
più
belli, i più intelligenti e i più capaci per il servizio
di corte.
Daniele fece carriera a corte grazie alla sua capacità di
interpretare
in maniera convincente i sogni di Nabucodonosor, e ciò non era
poco in
un paese in cui dai sogni si leggeva il futuro. Egli diventò
addirittura alto funzionario. Quando Ciro conquistò Babilonia,
l'esperto di riguardo andò a corte a Susa e diventò per
decenni un
importante consigliere del Grande Re Dario. Fin qui la sua biografia.
Di importanza decisiva sono le parole che gli autori biblici a lui
posteriori attribuiscono a Daniele. Nel dodicesimo capitolo del libro
che porta il suo nome leggiamo:
"E molti, sicché giacciono dormienti sotto la terra, si
sveglieranno, certuni per la vita eterna, altri per l'umiliazione e la
vergogna eterne... Tu però Daniele (è Dio che parla) vai
pure finché
arriverà la fine; e sii tranquillo, che tu risorgerai nella tua
terra
alla fine dei giorni".
Frasi simili non si erano mai trovate negli scritti del Vecchio
Testamento. Sono pensieri attribuiti a un ebreo al servizio dei
persiani e che a Susa ebbe senz'altro contatti quotidiani con seguaci
di Zarathustra. Per la prima volta un ebreo annuncia la resurrezione
dei morti nel giorno del giudizio universale. Nello stesso libro si
legge, per la prima volta, che il divenire storico ha una meta precisa
nella fine del tempo: la necessaria scomparsa del nostro mondo
imperfetto e l'inizio raggiante di un eterno regno di Dio. Il libro di
Daniele dimostra l'influenza della religione di Zarathustra sul
pensiero ebraico.
Fino
a Gesù e Maometto
Non deve
trattarsi certo dell'unico caso. Nel corso del III e II secolo a.C. gli
ebrei si appropriarono anche della dottrina degli angeli e dei demoni,
di Dio e Satana quali antagonisti universali in questo mondo terreno.
Gli ebrei non credettero più che sia il bene quanto il male
provenivano
in uguale misura da Dio e che in quanto tali dovevano essere accettati.
Da quel momento tutto il male era da ascriversi a forze demoniache che
operavano da un ben definito regno delle tenebre e contro le quali
bisognava opporre un'energica resistenza.
Nel II secolo a.C. la religione ebraica si configurava così come
Gesù
la conobbe. Il Redentore accolse poi diversi aspetti fondamentali di
quelle nuove idee. E non solo lui. Seicento anni dopo, Maometto
diede vita all'islamismo prendendo le mosse dal patrimonio ebraico e
cristiano: anche quest'ultimo predicò che gli uomini erano posti
in
questo mondo per scegliere tra Dio e Satana; anche lui insegnò
la
resurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale, anche lui
annunciò il paradiso quale ricompensa per gli uomini retti e
l'inferno
come punizione per i peccatori. E' un vero paradosso: i seguaci di Zarathustra
sono oggi una minoranza in via di sparizione di nemmeno duecentomila
fedeli ma il pensiero del padre fondatore ha collaborato a forgiare tre
grandi religioni, i cui seguaci rappresentano più della
metà della
popolazione mondiale. |